Titolo il bibliotecario francese (prologo e primi sette capitoli) Descrizione Posto qui i primi sette capitoli del mio primo e-book. Dall'estratto gratuito degli store manca giusto mezza paginetta per arrivare al primo evento importante, dunque la riporto. buona lettura

Prologo

In una magnifica tenuta che si affacciava sul mare di un piccolo paradiso caraibico si stava svolgendo una festa sfarzosa. I balconi e le terrazze erano ricoperti di fiori e il cortile era sormontato da luminosi archi bianchi carichi di fiori di tiarè, che diffondevano il loro dolce profumo tra tutti gli invitati. L'allegria era palpabile tutt'intorno, mentre una persona soltanto non riusciva a celare la propria immensa tristezza. In altre circostanze però avrebbe potuto davvero sentirsi felice. Doveva pensarci prima, rifletteva, prendendo altre decisioni. Quelle giuste. Non che non ne avesse avuto modo, anzi. E ora il tempo stava per scadere. Per questo motivo non scese in cortile dove tutti si trovavano a festeggiare. Rimase nell'edificio principale della tenuta con il portone chiuso dietro di sé.




CAP. I

Le spiagge di Habanita erano limpide e luminose, un vero paradiso naturale che non conosceva il turismo di massa. Le uniche persone che le frequentavano assiduamente erano i pescatori locali e qualche volta vi andavano anche i ragazzini dei vicini villaggi per giocare, ma soltanto dopo il termine della quotidiana battuta di pesca dei loro genitori. Nonostante le meraviglie della natura Habanita non rappresentava affatto un'attrazione turistica, a causa dell'estrema povertà che regnava nel luogo e della conseguente mancanza di adeguate infrastrutture per eventuali visitatori. Era una delle città più povere dello Stato caraibico di La Floresta. Niente hotel, ma solamente una squallida pensione, tra l'altro situata a svariati chilometri dall'area marittima, niente negozi dalle accattivanti vetrine, nessun ristorante e neppure una pizzeria. L'unico locale in cui era possibile consumare un pasto fuori casa era l'osteria che faceva parte della locanda, frequentata per lo più da camionisti in sosta, provenienti dalle regioni confinanti dell'America Centrale. Vi era un solo mezzo di trasporto pubblico, che consisteva in uno squinternato autobus che svolgeva due corse al giorno, dal lunedì al venerdì, peraltro sempre in ritardo rispetto all'orario da osservare. Ma la più grave carenza di Habanita era caratterizzata dall'assenza di ospedali, studi medici e unità di soccorso, eccettuata una piccola ma efficiente struttura nelle vicinanze della spiaggia, il Centro Arcoiris, che possedeva attrezzature sanitarie moderne. Vi era la presenza di medici ed infermieri in via continuativa. Infatti, nell'edificio era stato costruito un reparto appositamente destinato a loro abitazione, situato al secondo piano, che comprendeva quattro stanzoni, tutti dotati di letti a castello, ciascuno con moderni bagni all'interno. Due delle camere erano utilizzate dal personale maschile, una dai medici e l'altra da infermieri e altri operatori. Le stanze femminili ripetevano lo stesso schema. Soltanto il direttore sanitario disponeva di un appartamento tutto per sé, che occupava l'intera mansarda del terzo ed ultimo piano dell'edificio. La cucina per la preparazione dei pasti sia per i ricoverati che per il personale che vi lavorava si trovava al secondo piano, quello dei dormitori. Il pian terreno comprendeva studi medici, il pronto soccorso, una sala operatoria, l'area ricoveri ed una stanza dedicata al personale infermieristico con annessi due spogliatoi. All'ingresso, a sinistra del corridoio che conduceva agli studi medici, vi era una grande hall con tavoli, sedie, un armadio contenente alcuni giochi di strategia e un distributore automatico di caffè. Un luogo di ritrovo che permetteva al personale di rilassarsi in compagnia durante gli esigui momenti di pausa. Nel cortile che circondava l'edificio una discesa conduceva ad un seminterrato che fungeva da magazzino. Il Centro Arcoiris era stato costruito pochi anni prima e nettamente riformato durante l'ultimo, fino a diventare abbastanza confortevole, grazie ai fondi di un'associazione americana senza scopo di lucro. I medici, gli infermieri e gli altri operatori reclutati dall'amministrazione della fondazione erano tutti volontari stranieri. Non c'era nessun abitante di Habanita con la qualifica di infermiere, né tantomeno di medico. La maggioranza della popolazione dai diciotto anni in avanti era analfabeta, in pochi possedevano la licenza elementare e solo qualche fortunato che studiasse nel liceo della città vicina riusciva ad ottenere un diploma. Ad Habanita c'era soltanto una scuola elementare, le cui lezioni per le otto classi che completavano il primo ciclo di studi erano tenute dall'unico maestro della città in una baracca costruita con materiali di fortuna. Durante i forti temporali che di quando in quando si abbattevano sulla zona, la scuola non faceva altro se non imbarcare acqua, che oltre ad entrare dai precari infissi cadeva perfino dal soffitto.


CAP. II

Gli abitanti di Habanita erano quasi tutti pescatori, sempre al limite della sopravvivenza. La città non era molto popolosa perché le malattie, soprattutto la malaria e la dengue, anno dopo anno avevano decimato la popolazione. Ma il Centro Arcoiris aveva migliorato la qualità della vita della gente, che per la prima volta aveva accesso ai servizi sanitari. Non si moriva più per una banale appendicite o per una dengue e per chi fosse colpito da un attacco di cuore cominciavano ad esserci buone speranze di sopravvivenza. Le persone che accorrevano al presidio in cerca di soccorso sanitario rappresentavano una presenza costante. A volte arrivavano di notte, bussando disperatamente, finché il portinaio notturno, che immancabilmente si addormentava tra una sedia e un tavolino dopo neppure un'ora di veglia, si svegliava di soprassalto e apriva sospirando. Solitamente nelle ore piccole si trattava di malori di una certa importanza o di donne incinte in procinto di dare alla luce. Il supervisore Trent, medico internista, sapeva essere sempre sollecito e particolarmente abile nel risolvere qualsiasi situazione, anche la più grave. E aveva sempre una parola gentile e di incoraggiamento per ogni paziente. Fu proprio questa sua attitudine che colpì positivamente l'infermiera portoghese Adriana. Lo reputava talmente altruista e nobile d’animo che aveva finito ben presto con l'innamorarsi di lui. Il fatto che poi Trent vantasse grandi occhi azzurri, capelli biondi e lisci da californiano e un fisico spettacolare, lo rendeva il classico principe azzurro di antiche favole che la madre di Adriana spesso leggeva quando lei e suo fratello erano piccoli.


CAP. III

Data la quotidiana vicinanza sembrava facile riuscire a conoscersi l'un l'altro molto in fretta ma Adriana e Trent non trascorrevano insieme la maggior parte delle poche ore libere che l'attività concedeva loro. Lui preferiva le partite a scacchi con i colleghi in grado di giocare da professionisti alle passeggiate in spiaggia. Giocava con il portinaio notturno, che si dimostrava molto più abile come scacchista che come guardiano in attesa delle emergenze, con Mark, uno dei volontari infermieri americani, con il magazziniere, ma preferibilmente con il professor Podger, l'infettivologo e medico legale inglese, il direttore del Centro, che possedeva la qualifica di Grande Maestro Internazionale. Se solo Adriana avesse saputo giocare! Comunque non le sembrava di essere indifferente a Trent, almeno non del tutto. Le piacevano le loro brevi chiacchierate divenute sin da subito confidenziali, seppure immancabilmente interrotte dalla solita fatidica emergenza. Vero era che allora lui iniziava ad incupirsi, ma poteva essere solo un’impressione. Dopotutto con i pazienti non perdeva mai la calma, neppure quando si dimostravano sgarbati. Quasi ogni volta che la situazione si faceva più difficile lui chiedeva il supporto di Adriana, che non temeva mai di dover sforare nei turni, in via indicativa della durata di otto ore ciascuno.
-Sei una brava infermiera, il tuo aiuto è stato fondamentale- le diceva spesso. Vero era però che in certi momenti i suoi sbalzi di umore la spiazzavano, ma che importava? Dopotutto il suo non era un compito facile, anzi aveva sulle spalle le maggiori responsabilità. Era comprensibile, dopotutto era il supervisore. Altrettanto vero era, però, che verso l’operato di Malinka, l'infermiera haitiana, non aveva mai grandi pretese. Anzi, lasciava sempre correre, anche se la bella ma pasticciona ragazza più che di aiuto era di intralcio. Spesso confondeva addirittura i nomi dei medicinali, al punto che l'operatrice socio-sanitaria Alberta arrivava a chiedersi in quale antro la maldestra ragazza avesse studiato scienze infermieristiche o quanto la famiglia di lei, qualora fosse ricca, avesse sborsato per farle ottenere la laurea e soprattutto che cosa fosse venuta a fare in un’istituzione benefica posta in un paese disagiato. Man mano che il tempo passava, sempre più spesso Trent trovava più che naturale affibbiare la responsabilità dei disguidi cagionati da Malinka ad Adriana. Dopotutto quest'ultima aveva una laurea quinquennale anziché triennale, secondo il nuovo modello europeo e un po' di esperienza lavorativa, quindi secondo lui avrebbe dovuto vigilare costantemente sull'operato di quella volenterosa giovinetta. Anche nel caso del pieno dei ricoveri, in cui per forza di cose le due infermiere si trovavano in stanze diverse con pazienti diversi.
Ad Alberta il medico internista californiano non piaceva affatto. Sembrava essere l'unica ad accorgersi delle sfaccettature del suo carattere, perché gli altri colleghi sembravano non notare nulla di anormale o forse facevano finta di nulla e Adriana, sinceramente innamorata e fiduciosa, non riusciva a vedere o forse si rifiutava di credere a quel che per Alberta, molto più matura per età ed esperienza, era evidente. E poiché la donna percepiva l'avvicinarsi di oscure nubi all'orizzonte, tentò di convincere la ragazza a tornare in Portogallo. Il periodo di permanenza di ogni volontario era relativamente libero da vincoli, in virtù di una clausola dello statuto della fondazione che aveva dato vita al Centro Arcoiris. Ai sensi della normativa, chiunque, medico o infermiere o altro operatore, una volta completate tre settimane di permanenza, sarebbe potuto tornare a casa, anche avendo firmato un contratto di reclutamento che prevedesse tempi più lunghi. Adriana si trovava lì già da un mese e avrebbe dovuto rimanervi per altri due. La popolazione del luogo era molto bisognosa e lei non voleva andarsene. Alberta insisteva perché intravedeva scenari oscuri. Le incompetenze di Malinka e l'atteggiamento di Trent non lasciavano presagire nulla di buono. Se Alberta non aveva fatto rapporto della situazione al direttore fu soltanto perché i molti anni di esperienza le avevano insegnato che sarebbe stato del tutto inutile. Il professor Podger e il supervisore sembravano molto legati. A chi avrebbe creduto il direttore? A una semplice operatrice sanitaria o al suo amico, un brillante e competente medico internista?
Ma Adriana non voleva proprio saperne di tornare in Portogallo. Era sicura che la preoccupazione di Alberta non avesse alcun fondamento. Ed era vero che aveva a cuore la popolazione di Habanita, ma voleva restare anche per Trent. Oltretutto da lì a poco sarebbe arrivato al Centro anche Nico, suo fratello gemello, anche lui infermiere. Desiderava presentargli Trent possibilmente già come l'uomo che, ne era quasi sicura, avrebbe un giorno sposato. Adriana era speranzosa, era sicura di avere trovato, insieme ad un lavoro che le permetteva di aiutare gli altri, anche l'uomo della sua vita.


CAP. IV

Effettivamente c'erano stati dei momenti in cui Trent era sembrato essere sul punto di dichiararsi, come quella mattina in cui dalla finestra del suo studio medico guardavano la spiaggia in lontananza. Lui le sorrideva, le diceva quanto importante la sua presenza fosse diventata in quel luogo, che senza di lei non sarebbe stato lo stesso. Le aveva poi accarezzato i lunghi capelli castani chiari. Adriana si era sentita come se stesse camminando a un metro da terra. Pochi momenti in cui si erano fermati a chiacchierare dopo la consueta firma che ogni infermiere dopo l'orario di servizio doveva obbligatoriamente rilasciare al medico internista, che a sua volta avrebbe compilato il quadro dei turni per inviarlo online all'amministrazione centrale facente capo agli Stati Uniti. Pochi momenti prima della consueta partita a scacchi di Trent con qualche collega, preferibilmente il professor Podger, quando si era invece presentata l'emergenza del momento: stavolta si trattava di un gruppo di anziani colpiti da dengue. Tale malattia era comune in un luogo come Habanita, infestato in determinati periodi dell'anno dalle zanzare haedes aegypti. La popolazione del luogo in genere era troppo povera anche solo per permettersi di comprare il repellente adeguato, venduto nell'unica farmacia che si trovava nel centro della città, dunque era normale che nella stagione di proliferazione di quegli insetti al Centro arrivasse sempre qualcuno che era stato punto. Comunque, la dengue non soleva essere una malattia mortale, non più da quando nella zona era presente il Centro Arcoiris, nonostante la sintomatologia fosse importante e ogni paziente necessitasse di attenzioni sanitarie consistenti. Oramai raramente si evolveva nella forma emorragica e da almeno un anno non c'erano stati più casi del genere. Le cure per la dengue potevano tranquillamente essere dispensate dagli infermieri, che in tali occasioni se la cavavano egregiamente anche senza la presenza dei dottori, generalmente impegnati nei casi più gravi. Tutti riuscivano, tranne ovviamente Malinka, che non faceva altro che sovraccaricare il compito di Adriana. La maldestra infermiera spesso e ben volentieri faceva accorrere Trent, che in quei casi lasciava il suo studio medico per accorrere all'area dei ricoverati e immancabilmente finiva con il rimproverare Adriana per le manchevolezze di Malinka, che neanche a dirlo, si trovava sempre abbinata nei turni con lei per volontà del bel dottore. Alberta, che spesso si imbatteva davanti a tali incresciose situazioni, scuoteva il capo e ad ogni occasione disponibile persisteva nel cercare di convincere Adriana di tornare a casa. Ma invano. Non che la ragazza non riuscisse del tutto a rendersi conto della preferenza di Trent per Malinka, ma l'amore l'aveva resa cieca al punto tale da rifiutarsi di guardare in faccia la realtà. Alberta però si rendeva conto che tale situazione, specie in un ambito professionale come quello sanitario in cui sono in gioco la salute e la vita delle persone, poteva ben presto convertirsi in una vera e propria fonte di guai.


CAP. V

Alberta non era una conoscenza acquisita da Adriana nel centro: lavorava da tempo immemorabile come governante e infermiera per la famiglia della ragazza. Vi era entrata inizialmente come baby-sitter quando lei e il fratello gemello erano appena nati e una volta cresciuti i bambini aveva mantenuto l'impiego nella casa, passando da tata a governante. Quando Adriana e Nico avevano deciso di candidarsi come volontari per andare ad Habanita, anche lei l'aveva fatto. I due fratelli desideravano dare una mano a migliorare le condizioni di vita della popolazione di quel luogo bellissimo ma privo di conforti. Alberta sarebbe partita con Adriana, mentre Nico le avrebbe raggiunte il mese successivo, per avere il tempo di terminare il contratto lavoro a termine in una clinica di Lisbona. Alberta era assolutamente convinta che entrambi i ragazzi avrebbero avuto bisogno di lei in un paese tanto disagiato e così lontano dal Portogallo. Anche se l'idea era quella di trascorrervi solo tre mesi temeva che i due giovani pieni di ideali, una volta confrontatisi con una realtà molto dura, si sarebbero persi d'animo nel giro di pochi giorni. Ideali e aspettative spesso collidevano con i fatti. Adriana e Nico erano cresciuti in una famiglia agiata in cui il padre era banchiere e la madre commerciante di tessuti pregiati. Non avevano la minima idea di come fosse davvero la vita in un paese del terzo mondo. Non conoscevano neppure la vera realtà dei quartieri poveri di Lisbona! Ciononostante sin da piccoli avevano sempre mostrato empatia nei confronti del prossimo necessitato, atteggiamento in genere sorprendente in due ragazzini cresciuti in una casa ove due genitori pieni di sé mostravano unicamente superbia e arroganza verso chiunque fosse socialmente inferiore a loro. La loro scelta di studiare scienze infermieristiche era stata alvo di pesanti conflitti in famiglia. I genitori avrebbero voluto che intraprendessero gli studi di economia, ma di fronte alla decisione dei figli, oramai maggiorenni e disposti a cercarsi un lavoro qualunque per mantenersi da sé e potersi pagare il corso di scienze infermieristiche, avevano ceduto. L'idea di rendersi autonomi era stata suggerita in segreto da Alberta, che sapeva, oramai conoscendoli, che i padroni di casa non avrebbero mai tollerato il vedere i figli guadagnarsi da vivere come comuni operai. Se non era scoppiata un'altra guerra familiare alla decisione di Adriana e Nico, a neanche un anno dalla laurea, di partire per Habanita, era dovuto unicamente al fatto che sul luogo i due ragazzi avrebbero parlato costantemente e dunque, praticandole al livello di lingua madre, lo spagnolo, cioè la lingua locale, e l'inglese, la lingua dell'amministrazione, considerate imprescindibili per lavorare come volontari al Centro Arcoiris. Pratica che secondo mamma e papà sarebbe stata loro utilissima nel futuro, dato che a quel punto sognavano che i figli avrebbero continuato gli studi per prendere la laurea in medicina. Dopodiché, con il loro aiuto, avrebbero aperto una rinomata clinica privata di stampo internazionale.
Comunque avevano fatto molte rimostranze, dato che i ragazzi avrebbero dovuto rinunciare a molte comodità e sopportare svariati disagi. Loro avrebbero preferito altri mezzi attraverso i quali perfezionare le lingue straniere, ma in un momento forse di particolare stanchezza avevano smesso di reagire con la solita energia. In ogni caso avevano ritenuto una garanzia il fatto che la governante sarebbe partita con loro. Su questo non avevano avuto nulla in contrario, per pochi mesi potevano benissimo trovare una sostituta.
Anche Alberta conosceva perfettamente entrambe le lingue richieste dall'amministrazione americana del Centro. Anche se in quel momento era solo una semplice governante, in realtà era laureata anche lei in scienze infermieristiche. Amava studiare e nel corso di tutti quegli anni in cui aveva lavorato per la famiglia Mascarenhas aveva letto molto sia di scienza che di economia, di letteratura e anche di storia. Spesso era stata di aiuto ai due ragazzi nel superamento di svariati esami, compresi alcuni universitari.
Poco dopo aver spedito la domanda per un incarico di infermiera volontaria le era stato risposto che potevano offrirle solo un posto di operatrice socio-sanitaria, di cui avevano enormemente bisogno, perchè nessuna adesione per quel profilo era loro arrivata. Siccome i suoi studi infermieristici appartenevano ad un ordinamento in cui si diventava infermieri dopo soli tre anni di università anziché cinque, la scelta della figura dell'operatore socio-sanitario era caduta su di lei. Prendere o lasciare. Tutte le altre domande provenivano da medici, da giovani infermieri freschi di laurea o da figure non strettamente legate all'ambito sanitario, quali guardiani e addetti alle pulizie. Alberta aveva accettato entusiasticamente. Non partiva né per la fama né per la gloria, ma per offrire appoggio ai ragazzi che tanto amava, oltre che a beneficio degli abitanti di Habanita.


CAP. VI

Il gruppo di anziani non rappresentò l'unico caso di dengue ad accorrere al presidio sanitario. Durante le settimane successive arrivarono il maestro della scuola elementare, un consigliere comunale e anche un poliziotto, un uomo che godeva di qualche privilegio in più rispetto agli abitanti del luogo e di una certa considerazione sociale. Si chiamava Francisco Rios ed era un tenente della polizia civile. I colleghi dell'arma che lo avevano portato all'Arcoiris si erano mostrati eccessivamente preoccupati e ansiosi riguardo alla buona riuscita delle cure perfino in misura superiore rispetto ai parenti del consigliere comunale. Ma la dengue era una malattia di non difficile cura, non c'era ragione di preoccuparsi un gran che, aveva spiegato loro il direttore in persona, che per una volta si trovava al di fuori del suo importante studio medico. Nel giro di dieci giorni tutti i pazienti sarebbero guariti.
Durante l'inizio dell'epidemia dengue Nico arrivò al Centro, ma Adriana non poté presentargli Trent come il suo fidanzato ufficiale. Purtroppo ancora solo come il supervisore. Data l'emergenza, o almeno questo fu il motivo addotto da Trent per giustificare la sua scarsa cortesia nei confronti del ragazzo, i convenevoli furono sbrigativi e talmente formali da apparire bruschi. Nico venne inserito nel turno assieme a sua sorella e a Malinka e non tardò un giorno a rendersi conto dell'imperizia della collega e della solerzia di sua sorella nello svolgere buona parte dei compiti di competenza dell'infermiera haitiana onde evitare brutte sorprese. La dengue comunque non destava veramente grandi allarmismi, la situazione era sotto controllo, specie per un'infermiera qualificata e davvero intelligente.
Adriana riteneva che ora con la presenza di Nico sarebbe stato tutto più facile, non soltanto nel lavoro. Ci sarebbe stato abbastanza tempo davanti a lui e a Trent per fare amicizia. Senonché sembrava che anche suo fratello, tanto quanto Alberta, nutrisse dubbi e sfiducia verso l'internista californiano. Già non gli era piaciuto sin dal primo incontro, forse per l'atteggiamento del supervisore nell'atto di conoscersi, ma non solo. Qualcosa gli aveva detto che non ci si poteva fidare di lui. Si era poi accorto ben presto che Trent copriva le lacune di Malinka affibbiando a sua sorella la responsabilità dei disservizi cagionati dall'incompetente ragazza. E ad un certo punto cominciò ad affibbiarle anche a lui. Quei giorni non stavano portando nulla di promettente, dunque, quando un mattino presto Trent chiamò Adriana inaspettatamente nel suo studio, la ragazza ebbe di che rallegrarsi. Il giovane aveva l'aria stanca e appariva provato, come se avesse lavorato tutta la notte. Ciononostante si mostrò gentile, anche troppo, più di quanto non fosse mai stato e senza incupirsi durante la conversazione, come piuttosto spesso succedeva.
-Adriana, avrei un favore da chiederti. A causa di un piccolo errore informatico ho inviato negli Stati Uniti un quadro di turni con anticipo e che risulta differente a quello concordato tra noi. So che oggi tu e Nico dovevate fare dalle otto alle sedici, ma potreste per favore sostituirvi a Robert e Mark nel pomeriggio? Almeno il quadro dei turni sarà veritiero. Davvero, non so come mi sia sfuggito quell'errore-. Adriana non sarebbe mai stata capace di dirgli di no e poi che male c'era in uno scambio di turno con i colleghi americani?
-Sicuro Trent, ora vado ad avvisare Nico che faremo il pomeriggio.
-Non è necessario, ho avvertito io tuo fratello prima di chiamarti, avevo bisogno che lui scendesse nel seminterrato a chiedere al magazziniere tutte le confezioni di siero per i pazienti con la dengue, così ho colto l'occasione per dirglielo. Ma non mi sembra che Nico abbia preso bene il cambiamento come te, anche se ha accettato. Per la verità non credo di essergli molto simpatico.
Adriana si sentì sciogliersi.
-Oh Trent, ascolta, doveva essere solo stanco, ai primi tempi non è facile adattarsi ai nostri ritmi, ma vedrai che con il tempo diventerete grandi amici. Gli parlerò io, anzi vado subito a cercarlo.
Trent sembrò alterarsi, ma fu questione di un attimo. Si ricompose immediatamente e il suo sguardo divenne serio e diretto.
-No, ascolta, per parlargli c'è sempre tempo, ma ora volevo approfittare della tua mattinata libera per chiederti se... -. Si fermò un attimo e le prese la mano. Adriana sentì i battiti del suo cuore accelerarsi.
-Dimmi Trent.
Lo guardò intensamente, perdendosi nei suoi begli occhi azzurri.
-Se... vorresti passeggiare con me sulla spiaggia. Ho ancora un po' di lavoro qui in studio, ma tra poco sarò libero e mi piacerebbe trascorrere del tempo con te. Dobbiamo parlare, ma finora non abbiamo avuto mai tempo.
Adriana si sentì al settimo cielo, non riusciva a credere che fosse vero! Trent voleva passare del tempo con lei e non sulla scacchiera! Di sicuro le stava chiedendo di uscire con lui per dichiararsi. La tristezza degli ultimi giorni, la punta di gelosia nei confronti di Malinka per il timore che alla fine lui si decidesse per lei, i rimproveri di lui per fare ricadere su di lei gli errori dell'infermiera haitiana, tutto venne dimenticato.
Mentre le teneva ancora la mano la prese tra le braccia, si chinò sul suo viso sottile e la baciò delicatamente sulle labbra. Per un attimo Adriana sentì il mondo fermarsi e le stelle vorticare in cielo.
-Aspettami in spiaggia davanti alla scogliera, ti raggiungerò là appena avrò sistemato tutto.
Tutto quello che Adriana voleva era trascorrere del tempo con Trent, iniziando quello che avrebbe dovuto essere un futuro meraviglioso. Ma non lo vedeva molto in forma, davvero, forse lui non stava bene e lei non intendeva essere egoista.
-Trent, mi sembri stanchissimo, non stai bene forse?
-No, tranquilla, ho avuto solo più lavoro del solito da sbrigare, così ho fatto le ore piccole.
-Non preferiresti allora andare a riposare?
Lui le lanciò uno sguardo languido.
-Non ti va di passare qualche ora passeggiando sulla spiaggia insieme a me?
-Trent, lo voglio più di ogni cosa, ma non posso essere egoista, dalle quattordici in poi non potrai lasciare l'edificio fino alla mezzanotte e ti vedo veramente stanco e provato.
-Ma niente mi farebbe più felice in questo momento di uscire con te, non riuscirei affatto a riposarmi se rimandassimo.
Adriana non stava più in sé dall'allegria e in fondo era grata che lui nonostante le difficoltà fosse riuscito finalmente a trovare del tempo da dedicarle.
-Si, Trent- gli rispose allora con aria sognante.


CAP. VII

Un sogno si stava realizzando. Seduta sugli scogli, Adriana guardava il lento avvicinarsi delle onde che venivano ad infrangersi sulle rocce. Il paesaggio era perfetto per una dichiarazione d'amore, per una promessa di matrimonio... Dopo aver lasciato lo studio di Trent era corsa nei bagni per darsi una sistemata ai capelli, che rimanevano lucidi e belli nonostante nel Centro non le rimanesse nemmeno un minuto per curarli. Una magnifica chioma liscia castano chiaro con una frangia che rialzava il suo visino e metteva in risalto gli occhi verdi scuri. Non si rendeva conto di non avere nulla da invidiare alla prorompente Malinka, per quanto quest'ultima avesse l'aspetto di una florida ragazza dai lunghi e brillanti capelli neri che terminavano in morbide onde e grandi occhi nocciola. Anche se molto piccola di statura, Adriana era veramente graziosa e snella, proprio come il fratello, piccolino anche lui, anche se comunque più alto di lei. Strano però, veniva loro a volte di pensare, che con due genitori molto alti come i loro, robusti ed entrambi dai capelli e occhi neri, fossero venuti su così piccini. Adriana si era sempre crucciata per quello che per la moderna e vuota società era considerato un gran difetto. Una limitazione che precludeva, a volte a torto e a volte, per forza di cose, a ragione, finanche l'accesso a molti posti di lavoro per i quali era richiesta una certa altezza minima. Per fortuna quello di infermiere non era tra quelli. Adriana non arrivava quasi al metro e cinquanta. Per la verità era piccolina esattamente quanto Alberta, anche se quest'ultima possedeva un fisico molto più robusto. La loro tata aveva già i capelli completamente grigi, ma quello che ancora le restava della passata gioventù erano un paio di occhi scuri, brillanti e vividi, che denotavano intelligenza e ottimo senso pratico. Chissà se per caso non avesse avuto ragione a spingerla a tornare a casa... no! Non era quello il momento di dare spazio a pensieri negativi, non proprio quando il suo amore era sul punto di dichiararsi con lei. Le venne però da pensare quanto Malinka fosse alta, di fatto quasi quanto Trent. Quando Adriana li vedeva insieme sentiva una punta di gelosia perché si rendeva conto che fisicamente erano molto bene assortiti. Lei sapeva che per costruire un’unione serena e duratura il solo aspetto fisico non sarebbe mai stato sufficiente. Quanti matrimoni non fallivano perché basati unicamente su tale fondamento passeggero? Senza la fiducia e il rispetto reciproci, uno scopo comune, serietà e comprensione tutta la matassa si sgretolava. Adriana aveva fiducia in Trent e lo rispettava, lo riteneva un competente medico, altruista, generoso e responsabile, anche se le era inevitabile sentirsi attratta da lui anche per il suo aspetto. A volte aveva temuto che lui soccombesse sotto le grazie di Malinka, che per dirla tutta, di serietà non ne aveva neanche l'ombra. L'infermiera haitiana era frivola e superficiale, ma forse Trent non se ne rendeva conto. Dopotutto la cara Alberta le aveva parlato chiaro e tondo più volte riguardo ai dubbi che nutriva. Le diceva che trovava il giovane interessato e calcolatore, che l'altruismo e la generosità che lei vedeva erano solo una facciata e che doveva esserci qualcosa tra lui e Malinka. Le parole della tata l'avevano ferita. Perfino adesso, mentre usciva dallo studio di Trent, l'aveva chiamata con aria preoccupata, di sicuro per metterla in guardia dall'infido medico e supplicarla per l'ennesima volta di tornare in Portogallo. Ma non si era neppure fermata ad ascoltarla, questa volta era diverso.
-Scusami Alberta, ma ho fretta, parleremo un'altra volta- le aveva detto, ed era corsa via.
Adriana capiva che era soltanto preoccupata per lei, ma a volte si sentiva assillata. Secondo Alberta e Nico non riusciva o forse non era disposta a vedere che tra lei Trent le cose non andavano esattamente come avrebbero dovuto, nemmeno quando il pensiero dell'infermiera haitiana la faceva stare male. Vero era che spesso Trent l'aveva rimproverata per colpe non sue e lo stesso aveva iniziato a fare con Nico, ma riteneva che fosse una mera conseguenza del carico di responsabilità di cui il supervisore era gravato. L'aveva fatto di quando in quando anche con altri infermieri, dopotutto. Aveva convinto se stessa che Alberta si sbagliava, che era soltanto prevenuta nei confronti di Trent, che doveva trattarsi della classica paura dell'incontro tra culture tanto diverse quanto quella portoghese e quella americana. Dopotutto Alberta amava molto lei e Nico, allora era logico che temesse di vederli soffrire, allarmandosi ad ogni soffio di ogni venticello. Ma ora si sarebbe ricreduta, e anche Nico, quando una volta tornata dall'incontro con Trent avrebbe detto loro che si erano fidanzati e magari avrebbero presto organizzato perfino il matrimonio. Tutti sarebbero stati felici. La chiacchierata nello studio di Trent aveva spazzato via tutte le grigie nubi, il suo sguardo l'aveva fatta sciogliere e il suo bacio l'aveva fatta volare alto. E così avrebbe vissuto per sempre. Chiuse gli occhi, respirando a fondo l'aria pulita e salmastra, con un venticello soave che le accarezzava il viso. Da lì a poco Trent sarebbe arrivato. Ritornò col pensiero al momento in cui le aveva preso la mano, l'aveva presa tra le braccia e l'aveva baciata. Si sentì felice come gli usignoli che ogni mattina cantavano appollaiati sugli alberi del giardino della sua casa a Lisbona o di quello della tenuta dell'Algarve o finanche della magnifica villa a Madeira che i suoi genitori avevano comprato una decina di anni prima. La meravigliosa regione dell'Algarve e la favolosa isola di Madeira, i cui paesaggi non avevano nulla da invidiare alle spiagge di Habanita. Ci avrebbe portato Trent, che avrebbe amato quei luoghi. A proposito, dov'era lui? Ci avrebbe messo tanto ad arrivare? Adriana aveva perso la nozione del tempo, non sapeva da quanto oramai stesse aspettando.
-Signorina Mascarenhas?
-Trent?
No, non era lui, non poteva essere, perché l'uomo che l'aveva chiamata aveva una voce rauca e nasale, non profonda e limpida. E poi aveva detto signorina Mascarenhas. Non si trattava neppure di un altro collega del Centro Arcoiris. Aprì gli occhi per vedere un uomo sulla cinquantina, grasso e tarchiato e dal viso paonazzo, che indossava un’uniforme verde scura. Il colore dell'arma della polizia civile di La Floresta.
-Deve venire con me.
-Ma che succede? Guardi, veramente ho un impegno da qui a poco- rispose temendo che il poliziotto volesse farla allontanare unicamente per attaccare bottone e di conseguenza Trent non l'avrebbe trovata sul luogo dell'appuntamento.
-Ma con chi crede di parlare, con il suo maggiordomo di fiducia?- urlò l'uomo con voce arrogante e un'espressione sul volto per nulla conciliante. Adriana ebbe paura perché il poliziotto era visibilmente arrabbiato ed il suo viso era diventato ancora più paonazzo. Si sentì confusa, non capiva cosa stesse succedendo. Sembrava una scena surreale, anche perché nell'area della spiaggia e dei suoi immediati dintorni in cui si ergeva l'Arcoiris non era solita fermarsi alcuna pattuglia se non per urgenze sanitarie. Non era certo quello il centro del crimine locale, caratterizzato per lo più dal traffico di droga, in cui parecchi agenti della polizia civile erano comunque coinvolti, e da episodi di rissa. Nessun volontario del Centro si era mai imbattuto in uomini in uniforme sulla spiaggia, per lo meno da quando lei vi si trovava. Adriana non ebbe neppure il tempo di rimettere in ordine le sue idee perché il poliziotto nel frattempo l'aveva afferrata per un braccio sollevandola da terra, trascinandola e strattonandola.
-Mi sta facendo male- si lamentò, sempre più spaventata. L'uomo non rispose, ma continuò a strattonarla senza il minimo riguardo. Adriana sapeva che da quando la Grande Depressione si era allargata a macchia d'olio in quasi tutto il globo nei paesi più poveri dell'America Centrale parecchi membri della polizia vivevano di corruzione e la prevaricazione era il loro pane quotidiano. Si erano abituati a considerare come spazzatura chiunque non indossasse l'uniforme o quantomeno non si trovasse nei più alti gradini della società. La madre, laureata in scienze politiche, l'aveva raccontato non si sa quante volte. Ma perché prendersela con una semplice infermiera volontaria straniera? Sapeva anche che quel regime in cui la polizia faceva il bello e il brutto tempo non era solito pregiudicare né i rarissimi turisti né tantomeno il personale sanitario, specie se straniero. Medici e infermieri, soprattutto americani, brasiliani, argentini ed europei, godevano di un certo rispetto. Cosa stava succedendo? La paura comunque si trasformò in netto stupore, quando arrivati alla vettura, mentre il poliziotto ve la spingeva all'interno, vide Nico nel sedile posteriore, in manette, sorvegliato da un altro poliziotto. Indossava ancora il camice da infermiere, sul quale si notava una grande macchia scura che sembrava caffè. Dopo che misero anche a lei le manette, Adriana fu fatta sedere accanto al fratello e nonostante lo spazio ristretto della vettura il poliziotto che l'aveva trascinata via si sistemò vicino a lei. Evidentemente a La Floresta non vigevano adeguate norme sulla sicurezza all'interno dei veicoli, neppure se appartenenti alle forze dell'ordine. Provando ad ignorare il disagio del trovarsi stretta in una morsa soffocante, Adriana si concentrò sul fratello. Perché era stato arrestato anche lui? Sapeva che Nico quella mattina si trovava in magazzino, ce l'aveva mandato Trent. I poliziotti avevano perquisito il Centro? Per cercare cosa? E perché suo fratello non sembrava stupito di vederla in quella situazione come lo era lei di vedere lui?
-Nico, cosa sta succedendo?- gli chiese con un filo di voce. Invece rispose l'altro poliziotto, quello stretto accanto al ragazzo. -Ehi, Laurentino- disse rivolto al collega tarchiato dal volto paonazzo. -Sei sempre il solito a dimenticarti di informare i delinquenti che arresti del loro crimine, anche se non dovrebbe essere necessario, giacché in teoria dovrebbe essergli chiarissimo- e diede in una grassa risata. Adriana guardò angosciata Nico, che sembrava impassibile. Il suo sguardo denotava fermezza. La sorella capì che quand'anche avesse avuto paura non lo avrebbe mai dato a vedere e che di certo in tal maniera voleva infondere coraggio anche a lei.
-Ah, sì, giusto- rispose ridendo altrettanto volgarmente il poliziotto che il collega aveva chiamato Laurentino.
-Nico e Adriana Mascarenhas, siete in arresto per l'omicidio del tenente di polizia civile Francisco Rios.
data inserimento 2016-01-19 21:30:50 data ultimo aggiornamento 2017-09-10 00:23:03 CATEGORIA LIBRI


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